Pilati caso clinico complesso (neurologia, ortopedia, oncologia)

6 Agosto 2020

A fine agosto 2019, visito per la prima volta un Lagotto paralizzato, fino a quel momento sottoposto a una terapia convenzionale a base di cortisone prima e fans poi. Tale terapia non sortisce alcun effetto, in quanto l’animale continua ad avere il treno posteriore paralizzato e deve essere svuotato manualmente sia di urine sia di feci. Avviata una terapia omotossicologica di emergenza, l’animale risponde in modo immediato, riprendendo la propria deambulazione, la minzione e la defecazione spontanea.

A tre giorni dalla presente terapia, l’animale ricade nella sintomatologia iniziale. Per questo motivo propongo alla cliente un esame diagnostico avanzato che possa permettere nella medesima sede di poter intervenire con l’ozonoterapia, senza prolungare oltremodo l’anestesia (TAC). La TAC mostra due ernie, cinque fratture di corpi vertebrali, interessati da spondilartrosi e inoltre due metastasi, probabilmente di un precedente carcinoma mammario, operato dal veterinario che seguiva l’animale due anni prima. Un quadro simile avrebbe portato qualsiasi veterinario a proporre l’eutanasia.
Nel giro di cinquanta giorni, l’ozonoterapia paravertebrale TAC guidata in sinergia con una terapia omotossicologica per le tre patologie e l’idroterapia hanno portato a un ripristino completo della funzione deambulatoria, della defecazione e della minzione. A due mesi dalla TAC, la cliente decide di sospendere tutte le terapie. Il cane continua comunque a migliorare e, a un anno di distanza, corre senza alcuna difficoltà, nonostante i 12 anni di età.

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